Dragon Ball e Gundam su Game Boy: quali giochi giapponesi ci siamo persi?

Quando il Giappone videoludico sembrava irraggiungibile

konkichi
La Lobby Tu come la leggi?

Per questa puntata di GameBack torniamo a un periodo in cui bastavano poche schermate stampate su una rivista per farci desiderare un gioco che, con ogni probabilità, non sarebbe mai arrivato nei negozi italiani.

Le pagine che abbiamo recuperato raccontano esattamente quel momento. Dragon Ball, Gundam, Super Robot Taisen e Harobots comparivano davanti agli occhi dei lettori italiani come frammenti di un mercato lontanissimo.

Oggi possiamo cercare quei giochi online in pochi secondi. Allora, invece, una rivista poteva essere l’unico modo per sapere che esistessero.

Pubblicità

Se ami recuperare queste storie, nella rubrica GameBack trovi altri classici, curiosità e giochi che hanno segnato diverse generazioni.

Dragon Ball su Game Boy era molto diverso da quello che ricordiamo oggi

before the game boy, ninja gaiden & klonoa's director had his own vision for the future of handheld gaming

La prima delle pagine che abbiamo recuperato si apre con un inequivocabile “Vai, Goku!” e presenta due giochi dedicati a Dragon Ball.

Il primo viene indicato semplicemente come Dragon Ball Z, ma possiamo identificarlo con precisione: si tratta di Dragon Ball Z: Goku Hishouden.

Non era il classico picchiaduro che molti associano oggi ai videogiochi di Dragon Ball.

Era un RPG per Game Boy sviluppato da Interbec e pubblicato da Bandai esclusivamente in Giappone il 25 novembre 1994.

Ed è proprio questo uno dei dettagli che oggi rischiamo di dimenticare.

Non stiamo parlando di un gioco europeo diventato raro negli anni successivi. Goku Hishouden nasceva direttamente per il mercato giapponese.

Per un ragazzo italiano degli anni Novanta significava quindi guardare necessariamente all’importazione, ammesso di riuscire persino a capire dove acquistarlo.

La stessa rivista spiegava un sistema di combattimento molto più ragionato di quanto ci si potrebbe aspettare. Il giocatore doveva scegliere quando attaccare, difendere e amministrare il Ki, mentre nel corso dell’avventura comparivano personaggi come Piccolo, Crilin, Yamcha e Vegeta.

Anche GameFAQs lo classifica come vero e proprio gioco di ruolo, non come fighting game. (GameFAQs)

Dragon Ball Z 2 era in realtà Goku Gekitouden

La seconda cartuccia viene presentata nella rivista come Dragon Ball Z 2.

Oggi sappiamo che il suo nome completo è Dragon Ball Z: Goku Gekitouden.

Il gioco arrivò su Game Boy in Giappone il 25 agosto 1995, sviluppato da Bec e pubblicato ancora una volta da Bandai.

Questa volta lo scenario cambiava radicalmente.

La storia si spostava verso Namecc e questo spiega la presenza nelle schermate della rivista di Crilin, Gohan, Vegeta e Freezer.

Anche Goku Gekitouden viene classificato come RPG.

Il particolare curioso è che per molti lettori italiani quelle immagini rappresentavano quasi tutto ciò che avrebbero potuto vedere del gioco.

Poche schermate.

Qualche descrizione.

Interfacce completamente in giapponese.

Nessun video di gameplay a portata di clic.

Era un modo completamente diverso di conoscere un videogioco.

Prima di internet il Giappone sembrava lontano

dragon ball e gundam su game boy: quali giochi giapponesi ci siamo persi?

Per capire il fascino di queste pagine bisogna dimenticare per un momento YouTube, social network, store digitali e database online.

Una rivista poteva mostrarti qualcosa che non avevi mai visto prima.

E poteva finire lì.

Se vuoi continuare il viaggio nella portatile Nintendo, nella sezione dedicata al Game Boy di GameCast trovi altri giochi e recuperi legati alla console.

Il mercato giapponese aveva una quantità enorme di produzioni dedicate a manga, anime e serie televisive che spesso non ricevevano alcuna distribuzione occidentale.

Dragon Ball è un caso particolarmente interessante perché oggi la situazione è completamente diversa.

Il franchise è presente praticamente ovunque, mentre negli anni Novanta alcune delle sue produzioni videoludiche potevano rimanere confinate al Giappone.

La rivista diventava quindi una specie di catalogo di ciò che non potevi avere facilmente.

Poi arrivavano i robot

La seconda pagina cambia completamente argomento.

Il titolo è molto semplice: “Arrivano i robot!”.

E qui il materiale diventa ancora più interessante per chi ama la storia del videogioco giapponese.

Uno dei titoli mostrati è GB Harobots.

La rivista lo presenta attraverso il concetto di piccoli robot da allenare e combattere, cercando di spiegare al lettore italiano un universo pieno di riferimenti alla cultura mecha.

Quello mostrato nelle pagine è un RPG per Game Boy Color pubblicato da Sunrise Interactive in Giappone il 1° dicembre 2000. (GameFAQs)

Ancora una volta, niente versione occidentale da andare semplicemente a comprare nel negozio sotto casa.

Ed è significativo che la rivista sentisse il bisogno di spiegare persino il nome Haro.

Per gli appassionati di Gundam oggi è immediatamente riconoscibile. Per molti lettori italiani dell’epoca poteva invece essere qualcosa di completamente nuovo.

Super Robot Taisen era già enorme su Game Boy

Poi troviamo Super Robot Taisen.

Oggi molti lo conoscono attraverso il nome internazionale Super Robot Wars, ma le sue origini risalgono proprio al Game Boy.

Il primo Super Robot Taisen uscì in Giappone il 20 aprile 1991.

Era sviluppato da WinkySoft, pubblicato da Banpresto e apparteneva al genere strategico a turni.

Il concetto era straordinario soprattutto per l’epoca.

Robot provenienti da produzioni differenti potevano ritrovarsi insieme nello stesso videogioco.

La rivista tenta di spiegare questa idea parlando di colonie spaziali, squadre di robot e combattimenti contro macchine pilotate da personaggi differenti.

E tutto questo avveniva sul piccolo schermo monocromatico del Game Boy.

Oggi siamo abituati ai crossover.

All’epoca vedere personaggi provenienti da universi diversi riuniti all’interno di una sola cartuccia aveva un impatto completamente differente.

Gundam era soltanto una parte di un universo enorme

dragon ball e gundam su game boy: quali giochi giapponesi ci siamo persi?

La pagina non si limita però a Gundam.

Vengono citati anche Escaflowne, Dougram e Votoms.

Ed è forse questo uno dei dettagli più interessanti dell’intero speciale.

Quelle poche righe facevano intuire quanto fosse più ampia la cultura robotica giapponese rispetto a quella che normalmente raggiungeva il grande pubblico italiano.

Gundam era un nome importante, ma non era certamente l’unico.

Dietro c’era un’intera produzione di anime, giocattoli e videogiochi che in Giappone poteva contare su un pubblico già abituato a riconoscere decine di robot differenti.

Da noi molte di quelle serie potevano essere note soltanto agli appassionati più attenti.

Le riviste colmavano almeno in parte quella distanza.

La rivista spiegava anche perché Goku si chiama così

Tra le immagini dedicate a Dragon Ball c’è poi un box che oggi potrebbe sembrare quasi scollegato dai videogiochi.

Il titolo è “Uno scimmiotto prepotente”.

Il testo prova a raccontare al lettore le origini culturali di Son Goku e il suo rapporto con Sun Wukong, protagonista del classico cinese Viaggio in Occidente.

È una cosa che oggi puoi verificare in pochi secondi.

Negli anni Novanta potevi invece venirne a conoscenza proprio grazie a una rivista di videogiochi.

Ed è questo uno degli aspetti che rende quelle pubblicazioni così interessanti da rileggere.

Non erano soltanto recensioni.

Potevano contenere curiosità sull’animazione, sulla cultura giapponese, sui manga e sui personaggi che stavano lentamente entrando nell’immaginario dei giocatori italiani.

Quattro screenshot potevano bastare per desiderare un gioco

Guardando queste pagine oggi, il punto più difficile da spiegare a chi non ha vissuto quel periodo è probabilmente proprio questo.

Non serviva necessariamente aver giocato un titolo per desiderarlo.

A volte non serviva nemmeno averlo visto in movimento.

Potevano bastare quattro fotografie.

Un titolo scritto in giapponese.

Una descrizione.

E la consapevolezza che da qualche parte, dall’altra parte del mondo, quella cartuccia esisteva davvero.

Goku Hishouden uscì in Giappone nel 1994, Goku Gekitouden nel 1995, mentre il primo Super Robot Taisen era arrivato addirittura nel 1991.

Oggi possiamo identificarli, recuperarne informazioni precise e persino guardarne il gameplay.

Allora il rapporto con quei giochi era completamente diverso.

Erano qualcosa che vedevi sulla carta e che probabilmente immaginavi molto più di quanto riuscissi davvero a conoscere.

Ed è forse proprio questo che rende ancora affascinanti quelle vecchie pagine.

Quelle cartucce oggi possono essere cercate online in pochi secondi. Allora potevano esistere per noi soltanto dentro poche fotografie stampate su una rivista.

E a volte bastava sapere che un gioco esisteva per iniziare a desiderarlo.

Tu ricordi qualche gioco giapponese scoperto sulle riviste che non sei mai riuscito a trovare nei negozi italiani? Scrivicelo e segui GameCast anche su Instagram.

La Lobby

Tu come la leggi?

Sii il primo a prendere posizione!

Nessuna opinione

Sii il primo a dire la tua!

Condividi