Goo Deer 2.0 è un gestionale horror che mescola il lavoro in una stazione di servizio, la produzione di bibite decisamente sospette e l’esplorazione di una foresta proibita. Lo abbiamo provato su PC: le idee ci sono, e alcune funzionano davvero, ma l’interfaccia poco chiara e la mancanza di una mappa frenano un’esperienza che merita comunque la sufficienza. Il nostro voto è 6/10.
La cosa più strana è che, per buona parte della prima notte, ci siamo quasi dimenticati di essere in un horror. Eravamo troppo occupati a mettere in ordine lattine, buttare scatoloni e cercare di capire dove il gioco volesse farci posizionare gli oggetti. Poi è arrivato il primo cliente. Era uno zombie, ha fatto la spesa, ha pagato in contanti e se n’è andato come se niente fosse. In quel momento Goo Deer ci ha conquistati almeno per la sua assurdità.
Un negozio da gestire, anche quando i clienti sono zombie
La nostra prova è iniziata con tre mansioni: pulire il locale, sistemare i prodotti sugli scaffali e portare i cartoni vuoti nel cassonetto esterno. L’idea è quella di un simulatore commerciale in prima persona, con operazioni piccole e concrete. Una volta aperto il negozio, i clienti entrano, scelgono le lattine e arrivano alla cassa. Bisogna registrare gli acquisti e, quando pagano in contanti, consegnare il resto corretto. Ci siamo ritrovati a contare banconote per una clientela che sembrava uscita da un film di zombie.
Questa normalità surreale è uno dei punti di forza del gioco. Le attività sono facili da comprendere, ma non sempre da eseguire: durante il riordino iniziale non compariva chiaramente il comando per interagire con alcune scatole, e abbiamo impiegato un po’ a trovare lo spazio disponibile negli scaffali. Non è una difficoltà interessante, è una frizione nei comandi. Un tutorial più leggibile e indicazioni contestuali migliori renderebbero l’avvio molto più scorrevole.
Nel seminterrato si scopre cosa stiamo vendendo
Dopo i primi incassi, il computer nella stanza del manager diventa il nostro collegamento con Don Stump. Una sua email ci invita a cercare un passaggio segreto verso il seminterrato, dove si trova il laboratorio per rifornire il negozio. È qui che Goo Deer cambia faccia: la merce non arriva da un normale distributore, ma da una catena di macchinari che trasforma ingredienti inquietanti in nuove lattine.
Abbiamo raccolto la carne, imparato a utilizzare il tritacarne, avviato la distillazione e infine seguito l’imbottigliamento del Classic Goo Deer. Il processo dà un senso concreto alla gestione delle scorte: non basta vendere, bisogna anche procurarsi e lavorare la materia prima. L’idea è grottesca, coerente con l’atmosfera e abbastanza diversa dai classici simulatori di negozio da restare impressa.
Ancora una volta, però, abbiamo dovuto procedere per tentativi. La prima macchina selezionata non accettava la carne e il messaggio di errore non spiegava bene quale passaggio mancasse. Una volta individuata la sequenza corretta, la produzione è diventata più semplice. È una costante della nostra prova: Goo Deer sa incuriosire, ma spesso lascia al giocatore il compito di decifrare un’interfaccia ancora acerba.
Il bosco proibito è la parte più intrigante, ma manca una mappa
La storia procede attraverso messaggi sul computer. In uno, il sindaco ci dà il benvenuto e ci avverte di non entrare nel bosco: sarebbe vietato e pericoloso. In un altro, Don Stump ci chiede esattamente il contrario. Dobbiamo recuperare un fucile nascosto nel seminterrato, attraversare la foresta, cacciare un cervo e raggiungere la sua capanna oltre il fiume.
Il passaggio dal negozio alla foresta è la sorpresa migliore della prima parte. Cambiano il ritmo, l’ambiente e gli obiettivi: alle operazioni di cassa si sostituiscono esplorazione e caccia, mentre il mistero intorno alla cittadina comincia a prendere forma. La vegetazione, la luce cupa e i cartelli di pericolo costruiscono un’atmosfera efficace anche senza una grafica particolarmente elaborata.
Proprio qui, però, abbiamo incontrato il limite più evidente: non c’è una mappa. Quando ci si allontana dall’ingresso, orientarsi tra alberi e sentieri somiglianti diventa complicato. Non chiediamo un navigatore che rovini il mistero, ma almeno riferimenti più chiari per ritrovare la strada. L’esplorazione dovrebbe mettere tensione per ciò che potrebbe nascondersi nel bosco, non per il timore di girare in tondo.
Atmosfera, grafica e lingua italiana
Goo Deer non è un gioco che colpisce per la pulizia dei modelli o per la ricchezza degli ambienti. Il comparto visivo è semplice, e in alcune situazioni il risultato appare grezzo. Eppure la direzione scelta ha una sua identità: il verde acceso delle scatole e dei macchinari, i clienti zombie che si comportano come normali acquirenti, il laboratorio nascosto e la foresta minacciosa compongono un mondo assurdo ma riconoscibile.
Una sorpresa positiva è stata la presenza dell’italiano. Abbiamo potuto leggere nella nostra lingua le missioni e le email, un aiuto importante in un gioco che affida parecchie istruzioni ai messaggi scritti. La localizzazione non risolve da sola le ambiguità dei comandi, ma rende più accessibile l’esperienza.
Che cosa cambia con Goo Deer 2.0?
L’aggiornamento 2.0 amplia la proposta con la cooperativa online fino a quattro giocatori, oltre alla localizzazione italiana. La possibilità di dividere tra amici il lavoro al negozio e le attività fuori dalla stazione di servizio è coerente con la natura del gioco. La nostra prova, però, si è svolta in solitaria: il giudizio riguarda quindi le meccaniche e i ritmi sperimentati da un singolo giocatore, senza estendere il voto alla qualità delle sessioni cooperative.
Goo Deer 2.0: il verdetto della recensione
Alla fine della nostra sessione, Goo Deer ci ha lasciato una sensazione precisa: è un gioco piccolo, imperfetto, ma con un’idea che non assomiglia a molte altre. La routine di negozio funziona soprattutto grazie alla clientela improbabile; il laboratorio aggiunge una progressione macabra e la foresta promette di trasformare un gestionale bizzarro in un’avventura horror.
Non possiamo ignorare ciò che ci ha fatto perdere tempo: interazioni iniziali poco leggibili, macchinari da interpretare per tentativi e assenza di una mappa proprio quando l’esplorazione diventa centrale. Sono difetti concreti, che pesano più della grafica essenziale. D’altra parte, la varietà delle situazioni e la disponibilità dell’italiano rendono la proposta simpatica e accessibile a chi ama gli esperimenti indie.
Voto GameCast: 6/10. Una sufficienza di incoraggiamento, ma motivata: premiamo l’originalità e la capacità di sorprendere, senza nascondere quanto lavoro resti da fare sulla chiarezza dell’esperienza.
Cosa ci è piaciuto
- Il contrasto irresistibile tra negozio ordinario e clienti zombie.
- La catena di produzione sotterranea, insolita e coerente con l’ambientazione.
- Il passaggio dal gestionale alla foresta horror.
- La presenza della lingua italiana.
Cosa va migliorato
- Interazioni e tutorial iniziali poco intuitivi.
- Assenza di una mappa durante l’esplorazione.
- Presentazione tecnica e interfaccia ancora grezze.
- Alcune operazioni gestionali possono diventare ripetitive.
La recensione nasce dalla nostra prova su PC con una chiave Steam fornita da VML Studios. La valutazione è indipendente. Per conoscere il gioco è disponibile la pagina Steam di Goo Deer.
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