La stanza è piena di proiettili, due nemici corazzati chiudono lo spazio e l’unica via pulita passa attraverso un incantesimo piazzato mezzo secondo prima. Melinoë scivola fuori dal caos, aggancia il bersaglio giusto, cambia ritmo e la run torna improvvisamente leggibile. È lì che Hades II ricorda perché Supergiant sa costruire dipendenza senza ridurla a puro riflesso.
Contesto: il sequel che non poteva limitarsi a essere più grande
Hades II nasce con un problema raro: essere il seguito diretto di uno dei roguelite d’azione più influenti degli ultimi anni. Rispetto al primo Hades, non può accontentarsi di aggiungere armi, divinità e stanze; deve dimostrare che il loop morte, crescita e nuova run abbia ancora qualcosa da dire. Nel panorama attuale, dove Dead Cells, The Binding of Isaac, Returnal e decine di action roguelike hanno spinto la formula in direzioni diverse, Supergiant sceglie la strada più rischiosa: non stravolge il codice genetico, lo allarga. È Hades, ma meno immediato e più stratificato. Il risultato è un seguito che chiede più tempo al giocatore, premia la conoscenza sistemica e rinuncia in parte alla pulizia fulminea del primo capitolo per inseguire una struttura più ampia.
Il dato esterno conferma il peso dell’opera: su Steam il gioco registra un 96% di recensioni positive su 117.867 valutazioni, mentre il Metacritic indicato a 93 racconta una ricezione critica di fascia altissima. Sono numeri utili, ma non bastano a spiegare il punto. La vera forza di Hades II non è l’unanimità del consenso; è la capacità di reggere dopo decine di ore senza trasformare ogni run in semplice routine. Chi vuole ricostruire il percorso creativo del progetto può affiancare questa recensione al nostro approfondimento su La storia di Hades II, che inquadra meglio il peso di Supergiant prima e dopo l’uscita dall’accesso anticipato.
Il combattimento: più controllo, più rischio, meno immediatezza
Il cuore di Hades II resta il combattimento, ma chi arriva dal primo capitolo si accorge presto che non è una copia con più contenuti. Melinoë non si muove come Zagreus, non impone lo stesso ritmo e non invita sempre alla stessa aggressione frontale. Le armi spingono a gestire distanza, tempi di carica, zone di controllo e finestre di sicurezza. Alcune build diventano devastanti quando il giocatore impara a combinare effetti, maledizioni e potenziamenti; altre sembrano fredde, quasi troppo dipendenti da numeri e sinergie secondarie. Il combat funziona meglio quando obbliga a pensare lo spazio, non quando riduce tutto alla ricerca del bonus più efficiente.
La differenza principale sta nella gestione del ritmo. Hades II è meno istintivo del predecessore, più interessato a costruire pressione progressiva. Gli incantesimi e le opzioni di controllo danno al giocatore strumenti potenti, ma richiedono lettura. In una run avanzata, bloccare un gruppo di nemici nel punto giusto può contare più di una schivata perfetta. Questo sposta il baricentro dall’azione pura a una forma di tattica compressa, dove ogni stanza diventa una piccola mappa da piegare ai propri cooldown. Non tutte le armi hanno lo stesso carisma, e alcune configurazioni comunicano meno trasformazione di quanto ci si aspetterebbe da un roguelite di questa qualità, ma il sistema resta elastico e profondo.
Il rovescio della medaglia è la complessità percepita. Alcune critiche della community parlano di armi meno divertenti, boon più simili a modificatori statistici e combattimenti talvolta meno leggibili. Non sono lamentele campate in aria. Dopo 75 ore, il problema emerge soprattutto nelle situazioni più dense, quando effetti visivi, nemici corazzati e colpi ad area si sommano in una schermata che chiede attenzione totale. Non rovina il gioco, ma abbassa la precisione percepita nei momenti in cui ogni danno subito dovrebbe sembrare colpa del giocatore. Chi vuole spremere build, trofei e completamento troverà utile anche la nostra guida ai 50 trofei e al Platino di Hades 2, soprattutto perché qui l’ottimizzazione non è accessoria: diventa parte del piacere.
Una tecnica elegante, ma non sempre pulita nel caos
Sul piano tecnico Hades II è un prodotto estremamente curato, soprattutto su PC. La direzione artistica conserva la firma Supergiant: personaggi nitidi, animazioni leggibili nel singolo movimento, palette ricca, interfaccia piena di informazioni ma quasi sempre comprensibile. Il gioco gira con solidità e non si porta dietro quella sensazione di instabilità che spesso accompagna produzioni uscite da percorsi lunghi e stratificati. La pulizia generale è da studio maturo, non da seguito costruito in fretta sull’onda del successo precedente.
Il punto debole, più che la performance, è la leggibilità sotto stress. Alcune stanze diventano visivamente sovraccariche, specialmente quando effetti, nemici e proiettili si sovrappongono in aree ristrette. Il problema non è continuo, ma pesa perché Hades II è un action roguelite che vive di reazione, scelta rapida e responsabilità dell’errore. Quando non è chiaro cosa abbia colpito Melinoë, la tensione smette di essere elegante e diventa rumore. Non succede abbastanza spesso da incrinare l’intera esperienza, ma abbastanza da impedire alla tecnica di sembrare perfettamente al servizio del design.
Audio e interfaccia restano invece tra i punti più sicuri. La musica accompagna la progressione senza limitarsi a spingere l’adrenalina, mentre i feedback sonori aiutano a leggere priorità e pericoli. L’interfaccia è densa, perché il gioco lo è, ma raramente ostacola. Dopo molte ore, la quantità di sistemi resta alta, però Supergiant ha il merito di farli sedimentare per esposizione continua invece di scaricarli addosso al giocatore in blocchi rigidi.
La storia: più ampia, meno tagliente
La scrittura di Hades II ha un compito difficile: continuare un universo già amatissimo senza limitarsi al ritorno nostalgico. Melinoë è una protagonista diversa da Zagreus, meno immediatamente magnetica e più legata a un dovere che la precede. Questo rende la sua traiettoria più severa, meno brillante nella battuta, ma coerente con il tono del gioco. La storia cresce per accumulo, non per colpi di scena. Dialoghi, ritorni alla base e incontri ricorrenti continuano a essere il modo in cui Supergiant trasforma la ripetizione in racconto.
Il limite è che l’arco emotivo non colpisce sempre con la stessa precisione del primo capitolo. Alcuni personaggi di supporto funzionano molto bene, altri sembrano più utili al sistema di relazioni che alla memoria del giocatore. La premessa mitologica resta affascinante e il cast mantiene una qualità di scrittura superiore alla media del genere, ma l’impatto emotivo è più diluito. Dove Hades riusciva spesso a trasformare una singola conversazione in una ricompensa narrativa, Hades II lavora su una scala più larga e meno affilata. Per chi vuole contestualizzare questo passaggio senza spoiler strutturali, il nostro pezzo su come Supergiant ha costruito la storia di Hades II resta un buon complemento.
C’è anche una componente generazionale nella scrittura che può dividere. Alcuni dialoghi hanno quel tono molto contemporaneo, ironico e affettivo, che per molti è parte dell’identità Supergiant e per altri diventa maniera. Personalmente non l’ho trovato un problema strutturale, ma in alcuni scambi la brillantezza sembra più programmata che naturale. È un dettaglio, non una frattura, ma spiega perché una parte della community continui a preferire il primo capitolo sul piano narrativo.
La durata: 75 ore senza arrivare al punto di saturazione
Le 75 ore giocate raccontano bene il tipo di presa che Hades II esercita. Non è un titolo che si misura solo sulla prima chiusura importante della storia, perché la progressione continua a distribuire obiettivi, variazioni e micro-motivazioni oltre il momento in cui molti roguelite iniziano a ripetersi. Le testimonianze Steam più utili vanno nella stessa direzione: molti giocatori parlano di run continue anche dopo 70, 80 o più ore, e il numero stimato di possessori Steam tra 2 e 5 milioni conferma una base ampia, non un culto ristretto. La longevità non è gonfiata: nasce dal desiderio di rientrare. Certo, chi cerca un’avventura lineare potrebbe percepire la ripetizione come barriera; chi invece accetta la grammatica roguelite trova contenuti, sfide e obiettivi in quantità generosa.
Il gioco brilla soprattutto quando la run non è più solo tentativo di avanzamento, ma laboratorio. Una decisione presa a metà percorso può cambiare il tono dei successivi 20 minuti, trasformando un’arma poco amata in una macchina precisa o una build promettente in un disastro elegante. È la stessa logica che alimenta la cultura delle run veloci e dell’ottimizzazione, anche se con un ritmo diverso rispetto al primo capitolo; per capire quanto il DNA della serie resti legato alla performance, basta guardare alla nostra guida su come iniziare con lo speedrun di Hades
L’esperienza: un seguito che pesa perché non cerca scorciatoie
L’impatto culturale di Hades II sta nella sua sicurezza. Supergiant avrebbe potuto produrre un sequel più conservativo, limitandosi a nuovi dei, nuove stanze e una protagonista diversa. Invece sceglie di rendere il sistema più denso, anche a costo di perdere una parte della trasparenza originaria. È un gioco meno perfetto come oggetto immediato, ma più ambizioso come struttura. Questa differenza conta, perché molti sequel moderni confondono quantità e profondità; qui la quantità esiste, ma viene quasi sempre legata a una nuova decisione, una nuova priorità, una nuova forma di rischio.
Non tutto lascia lo stesso segno. La storia non ha la compattezza emotiva del primo Hades, la leggibilità può sporcarsi e alcune armi hanno bisogno di più pazienza prima di mostrare il loro valore. Ma quando Hades II funziona, funziona con una forza rara: quella dei giochi che non chiedono “ancora una partita” per abitudine, ma perché ogni nuova run sembra poter sbloccare una forma migliore di comprensione. Dopo 75 ore, non ero ancora in modalità completismo cieco. Stavo ancora imparando.
Verdetto: vale il prezzo, senza bisogno di aspettare
Hades II vale il prezzo pieno per chi ama roguelite d’azione, buildcrafting e progressione narrativa distribuita su molte run. Non è il seguito perfetto: è meno immediato, più carico e narrativamente meno tagliente del primo capitolo. Ma il combat ha profondità, la quantità di contenuti è sostanziosa e l’identità Supergiant resta fortissima. Chi detesta la ripetizione del genere può aspettare uno sconto; per tutti gli altri è un acquisto sicuro.
Hades II
La stanza è piena di proiettili, due nemici corazzati chiudono lo spazio e l'unica via pulita passa attraverso un incantesimo piazzato mezzo secondo prima. Melinoë scivola fuori da…
Voto Gamecast
Media redazionale
L’analisi, voce per voce
Cinque assi di valutazione. I numeri sono il punto di partenza; il commento del critico è il contenuto.
Combat profondo, elastico e tattico, con qualche arma meno carismatica
Ottima cura audiovisiva, ma leggibilità sporca nelle stanze affollate
Scrittura forte e ampia, meno incisiva emotivamente del primo capitolo
Settantacinque ore solide, con run ancora stimolanti e contenuti generosi
Un sequel ambizioso, memorabile e capace di restare addosso
A chi lo consigliamo
Tre posizioni secche, per aiutarti a capire se è il gioco giusto per te.
- Giocalo se…
- Ideale per chi cerca un action roguelite profondo, tecnico e ricco di contenuti.
- Saltalo se…
- Ti deludera se vuoi una storia piu compatta e immediata del primo Hades.
- Tienilo d’occhio se…
- Brilla quando una build difficile prende forma e cambia il ritmo della run.
Cosa funziona, dove crolla
Cosa funziona
- Il combattimento premia controllo dello spazio, lettura delle stanze e costruzione intelligente delle build.
- La progressione resta magnetica anche dopo molte ore, senza sembrare puro riempitivo.
- Direzione artistica, musica e interfaccia confermano una cura produttiva di altissimo livello.
Dove crolla
- La leggibilità cala quando effetti, nemici e proiettili riempiono troppo lo schermo.
- La storia è più ampia del primo Hades, ma perde parte della sua precisione emotiva.
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