Tomonobu Itagaki e la LAPD a mano armata: la storia vera dietro il creatore di Dead or Alive

Dalle memorie di un ex collaboratore emerge il ritratto di un uomo che viveva con la stessa intensità dei suoi giochi

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Ci sono sviluppatori di videogiochi che lasciano il segno con i loro titoli. E poi c’era Tomonobu Itagaki, che lasciava il segno anche fuori dallo schermo, a volte nel senso più letterale possibile. A mesi dalla sua scomparsa, avvenuta nell’ottobre 2025 all’età di 58 anni, continuano ad affiorare aneddoti che delineano il profilo di un creativo capace di incarnare, nella vita reale, lo stesso caos adrenalinico dei suoi giochi. L’ultimo, in ordine di tempo, arriva da un’intervista pubblicata sul sito giapponese 4Gamer e tradotta in inglese da Automaton: protagonista è Kengo Aoki, CEO di Soft Gear, che ha lavorato con Itagaki durante lo sviluppo di Devil’s Third.

Chi era Tomonobu Itagaki: il “rock star” del game design giapponese

dead or alive screenshot gameplay

Prima di parlare dell’episodio con la polizia di Los Angeles, vale la pena ricordare chi fosse Itagaki nel panorama dell’industria videoludica. Entrato in Tecmo nel 1992 come programmatore grafico, Itagaki è l’uomo che ha creato la serie di picchiaduro Dead or Alive e ha riportato in vita Ninja Gaiden in chiave tridimensionale.

La sua reputazione non si limitava ai giochi. Era famoso per il suo abbigliamento da “rock star”, tra giacche e occhiali da sole indossati in ogni occasione, e per i commenti diretti, positivi e negativi, su altri sviluppatori e sui loro giochi. Nel 2005 disse senza mezzi termini che i giocatori che trovavano Ninja Gaiden troppo difficile erano “perdenti”. Non era un personaggio costruito per il marketing: era semplicemente Itagaki. Per seguire tutti gli aggiornamenti c'è tutto quello che sappiamo su Dead or Alive.

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Nel giugno 2008, per ragioni mai del tutto chiarite, Itagaki si dimise da Tecmo dopo sedici anni, avviando contestualmente una causa legale contro l’azienda. Fondò poi Valhalla Game Studios, con cui produsse Devil’s Third nel 2015, e successivamente altri progetti rimasti incompiuti prima della sua morte.

L’episodio con la LAPD prima dell’E3: come andarono le cose

screenshot - dead or alive

Il cuore del racconto di Kengo Aoki riguarda una notte a Los Angeles, durante i giorni che precedevano una delle edizioni dell’E3, la fiera videoludica più importante al mondo che si teneva annualmente nella città californiana.

Quella notte, il gruppo stava organizzando un party pre-E3 nella propria stanza d’albergo quando Itagaki uscì sul balcone e iniziò a urlare: “Conquisterò il mondo! Forza, unitevi anche voi!” Nel giro di poco tempo, circa dieci auto della polizia di Los Angeles circondarono l’edificio con gli agenti che avevano le armi puntate. Come disse Aoki: “Era una situazione Dead or Alive vera e propria.

Aoki non ha rivelato come la situazione si sia risolta, ma il fatto che sia qui a raccontarla suggerisce che nessuno sia rimasto ferito. Il giorno seguente, mentre il gruppo si trovava agli Universal Studios Hollywood, Aoki ricevette una telefonata che lo informava che Itagaki era stato ricoverato d’urgenza in terapia intensiva e sarebbe rimasto ospedalizzato per 40-50 giorni.

Non è chiaro se i due eventi fossero correlati, ma la sequenza temporale è quantomeno suggestiva.

Non era la prima volta: l’episodio in Cina

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L’incidente con la LAPD non era un fatto isolato. Durante un viaggio di lavoro in Cina, Itagaki si ubriacò completamente e iniziò a fare a pugni con i taxi di passaggio e a urlare per le strade, per poi avere un acceso litigio con Aoki nel loro hotel.

Il giorno dopo, però, con i postumi di una sbornia sul volo di ritorno, Itagaki si riconciliò con Aoki in modo commosso, dichiarando che erano “fratelli”. Era questo il tratto più difficile da decifrare del personaggio: la capacità di passare dall’eccesso più estremo a momenti di sincerità disarmante.

Devil’s Third: il progetto che li unì, e la fede incrollabile di Itagaki

Il contesto in cui Aoki e Itagaki lavorarono insieme è importante per capire il tono di questi ricordi. Devil’s Third fu un action-shooter esclusivo per Wii U uscito nel 2015, accolto con recensioni prevalentemente negative dalla critica. Un progetto tormentato, nato come titolo multipiattaforma e approdato alla console Nintendo dopo vicissitudini produttive complesse.

Nonostante le condizioni di salute precarie, Itagaki continuò a credere nel concept di Devil’s Third e riteneva che sarebbe arrivato il giorno in cui un sequel avrebbe potuto avere successo. Era il tipo di ottimismo quasi irrazionale che caratterizzava il suo approccio alla vita professionale: mai un passo indietro, mai un’ammissione di sconfitta definitiva.

Gli ultimi anni e il lascito umano di Itagaki

Con l’avanzare degli anni, Itagaki aveva sviluppato un crescente interesse nel formare la nuova generazione di sviluppatori di videogiochi. Una faccia nascosta di un personaggio che in pubblico si era sempre presentato come guerriero solitario e polemista incallito.

Aoki ha descritto Itagaki come un uomo con “due facce”: una che non voleva mai smettere di essere un creatore e che coltivava il talento altrui. Una dimensione più privata, quasi in contraddizione con l’immagine rock star che aveva costruito nei decenni precedenti.

Le sue ultime parole pubbliche, condivise su Facebook al momento della morte con un messaggio scritto in anticipo, recitavano: “La mia vita è stata una serie di battaglie. Abbiamo vinto. Ho causato molti problemi. Mi assumo la responsabilità delle mie scelte. Nessun rimpianto.”

Perché questi aneddoti contano, oltre la curiosità

Storie come quella della LAPD rischiano di essere ridotte a materiale da gossip, aneddoti pittoreschi su un personaggio stravagante. Ma guardandole nel loro insieme, raccontano qualcosa di più preciso: il profilo di uno sviluppatore che non separava mai la propria identità dalla propria professione.

Itagaki faceva giochi violenti, tesi, esigenti, spesso divisivi. E viveva in modo altrettanto violento, teso, esigente e divisivo. Non era una posa. Era coerenza, anche quando quella coerenza portava dieci auto della polizia sotto un balcone di Los Angeles.

Il contributo di Itagaki all’industria videoludica, tra Dead or Alive e il rilancio di Ninja Gaiden, resta concreto e misurabile. Ma forse il suo lascito più originale è quello di aver dimostrato che un certo tipo di eccesso creativo, se canalizzato con disciplina tecnica, può produrre titoli che resistono nel tempo. E che il confine tra genio e caos, nella vita di certi autori, è più sottile di quanto si pensi.

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