C’è stato un tempo in cui Duke Nukem era sinonimo di sparatutto ignorante, irriverente, veloce e carico di personalità. Battute sopra le righe, azione frenetica, un protagonista che si prendeva gioco di tutto e tutti. Su PlayStation, però, quel mito ha iniziato a incrinarsi. E Land of the Babes è il punto in cui il Duca non cade combattendo… ma scivola da solo.
Il ritorno del Duca (ma qualcosa non va)
Sulla carta, il gioco prometteva esattamente ciò che i fan volevano:
Duke è tornato, più cattivo di prima, in un futuro in cui gli alieni hanno sterminato gli uomini per usare le donne umane come incubatrici. Una resistenza femminile manda un messaggio nel tempo per chiedere aiuto. E Duke, ovviamente, risponde presente. Trovi altri dettagli in approfondimento su Duke Nukem: Land of the Babes.
Il problema è che la premessa funziona meglio dell’esecuzione.
Un protagonista svuotato
Il cuore della serie è sempre stato Duke stesso. Qui, invece, il personaggio appare piatto, stanco, fuori tempo massimo. Le battute che un tempo strappavano sorrisi oggi risultano datate, forzate, spesso fastidiose. Le pose da macho non sono più parodia, ma caricatura involontaria.
In un gioco che vive (o dovrebbe vivere) sulla personalità del suo protagonista, questo è un colpo mortale.
Le “Babes” non salvano il gioco
Ragazze incatenate, abiti provocanti, armi pesanti. Sulla carta sembrano seguire il cliché Duke Nukem. In pratica risultano inermi, prive di carattere, lontanissime dal carisma di icone come Lara Croft o dalle protagoniste di Fear Effect.
Spesso sono ferme, morte o si muovono come marionette senza anima. Più decorazioni che personaggi. E questo rende l’intero immaginario del gioco ancora più vuoto.
Grafica e tecnica: un disastro annunciato
Qui Land of the Babes crolla definitivamente:
- scenari grezzi e anonimi
- texture povere e ripetitive
- poligoni che spariscono davanti agli occhi
- cali di frame rate pesanti con più di due nemici su schermo
I nemici? Soldati alieni che sembrano topi o gorilla, più creature che ricordano fin troppo da vicino i Facehugger di Alien. Mal animati, stupidi, prevedibili. L’intelligenza artificiale è talmente scarsa da togliere ogni tensione.
Gameplay ripetitivo fino allo sfinimento
L’azione si riduce presto a una routine sterile:
aggancia il bersaglio, spara a raffica, cammina in ambienti vuoti, ripeti.
Non c’è ritmo, non c’è varietà, non c’è sorpresa. Quando persino uno sparatutto smette di essere divertente da giocare, il verdetto è inevitabile.
Un finale indegno per un’icona
Duke Nukem non muore combattendo contro un boss epico.
Non viene sconfitto da un nemico memorabile.
Viene abbattuto da grafica mediocre, giocabilità scarsa e ripetitività soffocante. Un destino triste per un personaggio che aveva dominato il genere con arroganza e stile.
Il verdetto retro
Duke Nukem: Land of the Babes è il momento in cui diventa chiaro che la serie ha perso la bussola. Non resta molto da salvare. Non fa ridere, non diverte, non stupisce.
Se ami Duke Nukem, questo è uno di quei capitoli da ricordare solo come monito: anche le icone possono cadere, se smettono di avere qualcosa da dire.
Voltare pagina, qui, non è solo consigliato. È necessario.
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