Perché i canali gaming su Youtube non parlano più di videogiochi e stanno morendo?

YouTube non premia più i gameplay: tra algoritmo, soldi e cultura, ecco perché i canali gaming stanno sparendo.

canali videogiochi non parlano piu di giochi
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Ricordi quando YouTube era il regno del gaming? Quando bastavano un controller, un microfono e un po’ di carisma per far partire una carriera? Oggi quello scenario è sparito. I canali che parlavano solo di videogiochi stanno scomparendo, oppure si reinventano parlando di tutto, tranne che di gameplay.

No, non è nostalgia. È una vera e propria estinzione. E non è colpa dei creator.

YouTube non spinge più il gaming. Spinge le polemiche.

grafico a linee del calo delle ore di visualizzazione di contenuti gaming su youtube dal 2019 al 2024
Dal picco del 2020 al tracollo del 2024: le ore guardate crollano del 27% in pochi mesi.

Partiamo dal nemico numero uno: l’algoritmo. Quello che decide cosa vedi, cosa ti piace e chi ce la fa.

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Secondo dati citati nel video della creator Lady Decade, il 70% delle visualizzazioni su YouTube oggi arriva dai suggerimenti dell’algoritmo, non da ricerche dirette. E quell’algoritmo è addestrato per spingere contenuti che scatenano reazioni forti: indignazione, rabbia, commenti. Roba che un let’s play da 40 minuti o una retrospettiva su Final Fantasy IX non può offrire.

Lo ha confermato uno studio dell’Università dell’Arkansas sui contenuti Shorts: bastano pochi video politici per finire in un vortice di raccomandazioni sempre più radicali. E addio a contenuti neutri come il gaming.

YouTube non cerca l’analisi. Cerca la polemica.

Politica batte pad. Anche sul piano economico.

Non è solo questione di visibilità. È economia spicciola.

Il CPM medio (quanto guadagni per mille visualizzazioni) di un video gaming su YouTube è circa 2 dollari. Se invece fai politica o commenti culturali, sali a 4,50–8 dollari. Se parli di finanza, arrivi anche a 12. Tradotto: uno youtuber che fa gli stessi numeri con un video su Assassin’s Creed e uno sulla censura in Assassin’s Creed guadagna il triplo col secondo.

In più, gli sponsor nel gaming stanno sparendo. I grandi marchi di eSport non investono più come prima, e molti brand trovano i gamer “non brand safe” per via delle community tossiche o dei temi violenti.

Ecco perché sempre più canali abbandonano i gameplay. Non per mancanza di passione. Per sopravvivere.

grafico a barre che mostra il cpm medio su youtube per diverse nicchie di contenuto
I contenuti gaming hanno un cpm medio di 2$, contro i 12$ della finanza e gli 8$ della politica.

Le views crollano. E i giochi anche.

Il colpo di grazia? La realtà.

Nel 2020, all’apice del lockdown, YouTube Gaming toccava 1,92 miliardi di ore viste a trimestre. Nel Q3 2024, eravamo già scesi a 1,59 miliardi. Un crollo del 27% in pochi mesi.

Ma non è solo il pubblico ad andarsene. È l’industria stessa a offrire meno.

Negli ultimi due anni sono stati cancellati decine di progetti AAA: The Last of Us Online, Perfect Dark, Battlefield Mobile, Wonder Woman, EA Black Panther… Ogni cancellazione significa mesi di contenuti bruciati per i creator. Nessun trailer da analizzare, nessuna demo da provare, nessun leak da commentare.

E quelli che escono? Spesso sono live service. Meno trama, meno world building, meno da dire. A parte patch notes e stagioni.

L’industria ha smesso di fornire “cibo” ai canali gaming. E i creator, affamati, si sono spostati altrove.

Il caso Asmongold: da WoW a politico top su Twitch

videogiochi | content creator

Zack Hoy, in arte Asmongold, è l’esempio perfetto. Un tempo voce dominante su World of Warcraft, nel 2025 il suo secondo canale ZackRawrr è diventato uno dei più seguiti su Twitch… per contenuti politici.

Perché? Perché le live politiche su Twitch hanno triplicato le views in meno di un anno. E lui ha capito che conviene esserci, soprattutto se hai il tempo per streammare ore al giorno cavalcando ogni trending topic.

Non è un caso isolato. Anche YongYea, uno dei volti più noti del gaming su YouTube, ha iniziato a inserire sempre più commenti culturali e sociali tra una notizia e l’altra.

Non è un cambio di rotta. È adattamento.

Il pubblico vuole opinioni, non solo gameplay

Ma anche il pubblico ha cambiato gusti.

Le ricerche mostrano che molti gamer guardano più contenuti su giochi di quanti ne giochino effettivamente: 8,5 ore a settimana di video, contro 7,4 ore di gioco.

E quei contenuti non sono recensioni lunghe o gameplay tranquilli. Sono reazioni, drammi, personalità. Il pubblico non vuole solo informazione. Vuole connettersi con un volto, un’opinione, un’identità.

Ecco perché un creator che commenta un tema politico diventa “amico”, mentre chi recensisce un platform resta un tecnico.

La parasocialità vince. E porta con sé like, commenti, condivisioni, Patreon, donazioni, magliette con slogan.

Trasformare ogni gioco in una guerra culturale

videogiochi

E poi c’è il segreto del successo: il culture war framing.

Basta prendere un argomento gaming e incorniciarlo come dibattito culturale:

  • Un design “troppo inclusivo”? “Wokeness e propaganda”.
  • Una donna muscolosa protagonista? “Distruzione dell’identità maschile”.
  • Un’azienda che chiude? “Capitalismo sfrenato vs diritti dei lavoratori”.

Funziona? Eccome.

Il caso Sweet Baby Inc. lo ha dimostrato: una polemica su come una società di consulenza influenzasse la diversity nei giochi ha fatto schizzare le views, aumentato le iscrizioni e portato migliaia di dollari a chi ci ha costruito sopra video.

Lo stesso per Black Myth: Wukong, narrato da molti creator come “gioco anti-woke” e cavalcato in chiave culturale. I risultati? Milioni di views.

Perché ogni volta che un videogioco diventa un campo di battaglia identitario, i numeri esplodono. E il denaro arriva.

Il futuro? O ti adatti, o sparisci.

rom - la sindrome da burnout dei videogiochi

Chi sperava in un ritorno ai bei tempi dei let’s play, dovrà rassegnarsi.

La golden age dei canali gaming puri è finita.

Oggi vince il format ibrido, dove si parla di giochi, certo, ma come riflesso di qualcosa di più ampio: società, ideologie, ingiustizie, drammi.

Chi ci riesce bene, cresce. Chi resta legato alla recensione tecnica, rischia l’estinzione.

Per questo i video su YouTube non si chiedono più se Assassin’s Creed sia bello. Si chiedono se Assassin’s Creed stia distruggendo i valori della civiltà occidentale. Perché quello, purtroppo, vende di più.

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